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Alla gogna la vergogna

divieto-vergogna

C’è un sentimento particolare che sembra essere stato bandito con infamia da una larga parte della classe dirigente degli ultimi vent’anni nel nostro paese: è la vergogna.

Pare infatti che qualunque cosa succeda, si possa tranquillamente glissare, giustificare, sottovalutare, minimizzare. Basta non farci troppo caso, negare e, all’occorrenza, sfoderare il paradosso aureo: attaccare indignato l’accusatore intimandogli di vergognarsi.
Oppure, nei casi peggiori, bofonchiare delle scuse abbozzate, dimostrare un cenno di pentimento e confidare nella sacra assoluzione popolare. E nella sua debole memoria.

Nell’ultima settimana la girandola vorticosa degli eventi ci fornisce un’esemplificazione perfetta di questi meccanismi.

Da un lato un ministro degli interni che nega seraficamente di essere stato a conoscenza del sequestro da parte della polizia alle sue dipendenze, e del conseguente rimpatrio forzoso in un regime dittatoriale, di moglie e figlia di un dissidente kazako.
Dall’altro un vicepresidente del Senato che vomita ingiurie razziste rivolte a un ministro della Repubblica. Mormora poi delle flebili scuse e annuncia con candore che non intende dimettersi.

E’ come se avessero istituito un divieto di vergogna il cui motto, implicito, sembra essere: “Alla gogna la vergogna!”.

Per questi individui, evidentemente privi di una normale autocoscienza, non esiste senso del limite. Non esiste significato dietro la parola responsabilità. E non esiste consapevolezza del ruolo istituzionale che in questo momento, per nostra disgrazia, rappresentano.
Ma continuando ad eludere il sentimento della vergogna ottengono nelle persone oneste l’effetto opposto: ci si vergogna costantemente della loro assenza di vergogna.

Perché come disse George Bernard Shaw: “Uno è tanto più rispettabile quante più sono le cose di cui si vergogna.

meditato da Mr SeeRed
18-07-2013

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