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Dazi sdoganali

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C’è un fenomeno pernicioso che, da qualche decade, procede senza remore, né impedimenti. Il suo compito non è esattamente quello di frantumare i limiti e i perimetri della società, polverizzandoli in un moto rivoluzionario, bensì quello di spostarli con apparente noncuranza sempre un po’ più in là.

Quanto più in là?

Almeno quel tanto necessario per l’interesse specifico del momento: è lo sdoganamento.
Una sorta di perenne indigestione di libertà, intesa qui non certo nell’esemplare accezione gaberiana di “partecipazione”, ma, quasi al contrario, come diritto garantito di fare un po’ come cazzo ci pare.

Lo sdoganamento avviene a molteplici livelli: dal lessico personale al comportamento pubblico, dalla sfera politica a quella sociale, passando dalla televisione e, naturalmente, dalla stampa.

Attenzione quindi a non abboccare alla narrazione dei vati dello sdoganamento che lo dipingono come emblema della modernità e del naturale cambiamento della società. Perché il mutamento è certamente ineludibile nel tempo, ma, come in questo caso, può essere di tipo involutivo: è cioè uno svilimento, non un miglioramento del reale.

Di fronte a queste considerazioni esiste una diffusa obiezione: un conto è la forma, un conto la sostanza.
Ebbene, e al prezzo di essere tacciato di moralismo, mi permetto di dissentire: la forma è anche sostanza, è una questione di responsabilità.

E a proposito di accuse di moralismo sentite che ne pensava Norberto Bobbio: “Se volete far tacere il cittadino che protesta, che ha ancora la capacità d’indignarsi, dite che fa del moralismo. È spacciato.”

Sommessamente quindi propongo l’introduzione di dazi sdoganali da applicare ogni qualvolta ci sia un tentativo, riuscito o meno, di svincolare opportunisticamente qualcosa a proprio vantaggio: lo sdoganamento si paga.

meditato da Mr SeeRed
23-04-2015

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