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Dichiarazione di veto

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E così, dopo mesi e mesi di estenuante, spesso avvilente, quasi sempre nauseante propaganda, eccoci quasi giunti al giorno del referendum sulla riforma costituzionale: un’esperienza che sarà liberatoria come solo un conato a lungo trattenuto può essere.
Ma ciò non significa, comunque vada, che non ci lascerà dell’amaro in bocca.

Per quel che può valere, di seguito alcuni appunti sparsi, appesi al disagio come calamite al nostro frigorifero interiore.

“Abolizione del senato”
L’unica abolizione presente nella riforma non è di certo quella del senato, ma quella dell’elezione diretta dei suoi rappresentanti da parte dei cittadini.
Un’argomentazione quindi mendace.

“Leggi iperveloci”
Premesso che il bicameralismo perfetto attualmente in vigore si è dimostrato già sufficientemente celere nell’approvazione di taluni (spesso orrendi) disegni di legge, se supportato da un’adeguata volontà politica; davvero si vuole argomentare con il mito della velocità come panacea di tutti i mali? Nostalgie di Futurismo? Un ragionamento focalizzato sterilmente sull’ambito del come e non del cosa.

“Si risparmiano soldi”
Vero che ci sarà un parziale contenimento dei costi in termini di indennità dei senatori (ma non i costi di funzionamento del senato e dei suoi servizi) e della soppressione del CNEL (ma non i costi per i lavoratori dell’ente, che andranno invece riallocati in altra struttura amministrativa), ma, dato che si parla di denaro, a che prezzo?
Quello, ad esempio, di una diminuzione dell’espressione di voto dei cittadini.
Se si pensa che il voto vale dei quattrini allora l’argomentazione è pertinente.

“Combinato disposto”
Il ragionamento che accosta la riforma costituzionale alla nuova legge elettorale Italicum non è peregrino. Stupisce però, per almeno due motivi, che taluni subordino l’approvazione della prima con alcune modifiche alla seconda. Il primo è di natura logica: se due cose le si giudica negative, per quanto correlate tra loro, non è cambiandone solo una che l’altra migliora.
Il secondo, ancor più importante: la costituzione è la carta fondamentale di uno stato. Davvero la si vuole subordinare a un’ordinaria, per quanto importante, legge elettorale?
E se sì, cosa succede se un domani la legge elettorale viene nuovamente cambiata in senso peggiorativo?
Bisogna rimodificare la costituzione innescando una spirale ricorsiva potenzialmente infinita?

“Voti come Tizio, Caio e Sempronio”
L’argomentazione ad minchiam per eccellenza, dato che non ci dovrebbe essere bisogno di ricordare che il voto è individuale e libero: il seggio elettorale, benché situato in una scuola, non è un compito in classe, dove chi non studia cerca di copiare dal vicino.

“Tanto per cambiare”
Cercare un cambiamento è lodevole, se si pensa che la realtà attuale vada corretta. Il punto è che il cambiamento in sé non ha, di suo, una connotazione positiva per definizione. Può cioè essere un miglioramento del presente o un suo peggioramento.
Quindi cambiare tanto per cambiare è una tautologia e ha un valore argomentativo nullo.

“Se no cade il governo”
L’argomentazione principe degli ingenui. Precisamente da quando si è deciso che è necessario salvaguardare i governi cambiando le costituzioni, piuttosto del contrario?
Le costituzioni sono pensate per durare nel tempo, i governi invece sono per definizione a tempo determinato (si concludono, se non addirittura prima, con le elezioni).

Pitagora, a suo tempo, scrisse questo: “Le due parole più brevi e più antiche, e no, sono quelle che richiedono maggior riflessione.

Pensateci prima di recarvi al seggio per il referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo.

Io l’ho fatto e questa, a modo mio, è la mia dichiarazione di veto.

meditato da Mr SeeRed
18-11-2016

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