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Nobel che vieni nobel che vai

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Quanta poesia ci può essere dentro una canzone?
O, più precisamente, quanta letteratura si dipana tra lo spazio interposto dal susseguirsi di strofe e ritornelli?

A sentire le recenti polemiche seguite all’assegnazione del premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, pare che le possibili risposte alle precedenti domande possano essere solo due, diametralmente opposte: niente o tutto.
Naturalmente è il tipico approccio contemporaneo a qualsiasi questione: on/off, bello/brutto, giusto/sbagliato, mi piace/mi fa vomitare.
Come dire che il manicheismo a ‘sti tempi gli fa ‘na pippa.

Tuttavia, oltre la spessa coltre della consueta e astiosa tifoseria, forse c’è dell’altro.
Per esempio l’arroccarsi di una certa cultura che non perde tempo, né l’occasione, per circoscrivere il campo della letteratura, piazzarvi dei paletti dogmatici e innalzare muri intellettuali a difesa della purezza dell’arte dello scrivere.
Liberi di farlo, ovviamente, ma liberi anche di far notare come questo atteggiamento inorridito di fronte alla contaminazione, ricordi non da lontano l‘alterigia di una noblesse ancien régime.

Ma forse il punto è un altro ancora: tutte le classificazioni, le definizioni e le catalogazioni, in questo come in altri ambiti, sono un ausilio alla nostra limitata comprensione del mondo, non sono esse stesse il mondo.
In altre parole le etichette posticce che tanto ci piace appiccicare alle opere artistiche servono a noi per poter fare una sorta di ordine mentale, non certo alle opere in sé, di cui certo non hanno bisogno. O almeno non più di quanto sentano il bisogno di una tazza di caffè.

Rimanendo nel campo della letteratura e nello specifico della narrativa, fino a non troppo tempo indietro un genere (ossia un’etichetta) come la fantascienza era considerato di secondo ordine. Poi, dopo le rivalutazioni dell’opera di Huxley, Orwell e in seguito Dick e altri ancora, si è superato lo steccato. Anzi si è proprio abbattuto il muro.
Lo stesso forse potrebbe valere per la canzone d’autore.

L’obiezione risaputa è che, però, le parole di una canzone sono indissolubilmente legate anche alla loro musica. Vero, ma ciò le rende forse meno poetiche, meno capaci di comunicare, meno parole?

Inoltre, tornando a Dylan (e precisando di non esserne un fan), pare proprio che si cerchi ostinatamente di non considerare l’eccezionale quantità del materiale creato nel tempo dal “menestrello”. Né la straordinaria abbondanza di qualità in quella quantità.
Si, ma sufficiente da meritarsi un Nobel per la letteratura?
Non saprei.

Mi chiedo piuttosto: cosa ne avrebbe pensato Fernanda Pivano che a suo tempo ebbe a dire che Bob Dylan era il Fabrizio De André americano?

The answer, my friend, is blowin’ in the wind

meditato da Mr SeeRed
18-10-2016

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