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Aspectre e spera

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Dopo il “pluriosannato” (non certo in questi lidi..) Skyfall , eccoci arrivati all’ultimo appuntamento con la spia britannica più nota del cinema: James Bond numero 24, Spectre.

Che dire?

Forse, come si dice di alcuni romanzi, che tutto sta nell’incipit.

E in questo caso, occorre dirlo senza remore, si tratta di un’overture maestosa: da una frase sibillina dal sapore oracolare (“I morti sono vivi”) si dipana un lungo, acrobatico piano sequenza ambientato a Città del Messico, in occasione della festa del Dia de los Muertos.

In questo inizio, empaticamente avvincente e tecnicamente impeccabile, c’è un po’ tutto quello che ci si aspetta di vedere in un film di 007: il travestimento, il pedinamento, la donna sensuale, il bacio appassionato, l’ammicco ironico, l’appostamento, l’incontro di loschi figuri, gli spari, le esplosioni, l’aplomb britannico, l’inseguimento, l’elicottero, la scazzottata e, naturalmente, l’indizio misterioso.

Ecco col senno di poi, ovvero un senno lungo circa un paio d’ore e mezzo (la durata della pellicola), forse si poteva anche chiudere lì: bravo Mendes, bel corto!

Fondamentalmente per due ragioni, di cui una davvero imperdonabile: per l’intreccio, che arranca a fasi alterne nel corso del lunghissimometraggio, ma, soprattutto, per la più orribile canzone di apertura nei titoli di testa che la saga di James Bond ricordi.

Superato lo sconcertante trauma sonoro di avvio, il proseguo del film risente di un’andatura un po’ singhiozzante, ma, a onor del vero, abbastanza onesta: si cerca di tirare le fila narrative della tetralogia del Bond di Daniel Craig, mantenendo un minimo sindacale di riguardo per l’intrigo della storia.

E meno male, perché il tanto lodato film precedente aveva certosinamente rimosso proprio questo dettaglio, che poi tanto dettaglio non è: fare uno spy-movie senza intrigo è come fare un western senza duelli con la pistola. Una scelta originale? Mah, ve lo immaginate il finale de il buono e il brutto e il cattivo senza il “triello”, ma con una scazzottata? Un Eastwood che si trasforma in Terence Hill…

Un plauso poi per la scelta di ridurre a quasi un cameo la parte della Bellucci che, nei panni della milf-bond (come del resto in qualunque altro panno), è credibile fino a quando non apre la bocca. Per parlare intendo.

Una prece invece per il finale, decisamente da bacio perugina o da ghostwriter di Fabio Volo (che poi è lo stesso).

Chissà se per il prossimo film della saga, le nozze d’argento tra il pubblico e James Bond (sarà il venticinquesimo), riusciranno a scrivere una storia davvero di spionaggio?

Nel frattempo aspectre e spera.

Ps.
L’inevitabile domanda cattiveria per chi ha visto il film.
Qualcuno ha capito perché il nostro inguaribile casanova si innamora della bionda bond-girl, conturbante come uno stoccafisso, la quale a sua volta passa nel giro di una manciata di inquadrature da “Stammi lontano che ti uccido” a “Ti amo non posso vivere senza di te”?

meditato da Mr PinkElephants
23-11-2015

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