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Cineddoche

cineddoche

Immaginate una gigantesca testa di legno con le fattezze del viso per metà di Spike Jonze e per l’altra metà di Michel Gondry.

Immaginate che se ne possa aprire come una porta la scatola cranica e trovarci all’interno un’altra testa somigliante stavolta per intero a Charlie Kaufman.

E’ dentro quest’ultima che scoprireste “Synecdoche, New York”, la prima e (per ora) ultima opera registica del talentuoso sceneggiatore di “Essere John Malkovich”, “Il ladro di orchidee” ed ”Eternal sunshine of the spotless mind” (di quest’ultimo mi rifiuto categoricamente di utilizzare il titolo in italiano).

E’ un film gargantuesco.
Nelle intenzioni, nelle ambizioni, nella storia, nei contenuti e nelle implicazioni.

Tratteggia la vita da principio abbastanza ordinaria di un regista teatrale dal discreto successo che a un certo punto deraglia in un’ossessione: mettere in scena uno spettacolo “puro e sincero” della sua stessa vita e, forse, della vita in generale.
Da qui in poi i piani narrativi si moltiplicano e si intrecciano sempre più rapidamente mescolando vorticosamente realtà e finzione, vita e sua rappresentazione.

Una sorta di circolo infinito, mai perfettamente uguale, eppure sempre con il medesimo soggetto che si materializza in alcuni sopraffini cortocircuiti surreali. Ad esempio quando il protagonista assume un attore per rappresentare sé stesso, il quale, interpretando la sua vita, arriva al punto della storia in cui deve a sua volta incaricare un attore che lo interpreti.
Una specie di procedimento ricorsivo che ricorda la copertina di “Ummagumma” dei Pink Floyd.

E’ una pellicola complessa e cerebrale che non teme affatto di affrontare le tematiche esistenziali della vita, della solitudine, della morte, rifuggendo però da facili e artificiose spiegazioni: non c’è né una morale né una via d’uscita, c’è soltanto l’insondabile travaglio dell’esistere.

Del resto è lo stesso Kaufman a dire del suo film: ”Synecdoche, New York è più simile alla vita. Le cose volano via e vanno fuori di testa e l’essere incomprensibile sembra il processo dell’esistenza.

Anche il titolo, che gioca storpiando il nome della cittadina natale del protagonista per avvicinarlo alla parola sineddoche, sembra un’esplicita ma sottilmente ambigua dichiarazione di intenti: cinema che rappresenta il teatro che rappresenta la vita.

Ma, restando nella sineddoche, qual è la parte per il tutto?

Se deciderete di guardare questo film non aspettatevi una risposta.

meditato da Mr PinkElephants
28-06-2014

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