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Complesso di colpi

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Percussivo come non sarebbe riuscito ad un qualunque altro film che non avesse avuto al suo centro uno strumento musicale di sofisticata tribalità qual è la batteria.
Così mi è sembrato il pluripremiato lungometraggio di Damien Chazelle, Whiplash.

Si, perché seppur l’intreccio della pellicola si tesse di molteplici e tutt’altro che banali tematiche, come la qualità del rapporto pedagogico alunno-insegnante, o l’ossessione ansiogena di primeggiare, oppure il senso quasi calvinista della sofferenza come mezzo per il conseguimento di un risultato, o ancora la possibilità nella musica e nell’arte in generale di un discernimento tra bravura e talento, quello che mi ha maggiormente impressionato (ma non direi stupito in quanto strimpellatore autodidatta) è la resa visiva di quella fisicità stessa che emana dallo strumento.

La batteria non va suonata: va colpita.

E non per caso quello che ne viene fuori non è per l’appunto una melodia, a quello ci pensano dopo gli altri musicisti: è ritmo puro.
Un battere del tempo che poi, tutti gli altri strumenti, devono seguire o al più circuire, ma sicuramente mai ignorare: una cadenza che costituisce le fondamenta stesse del film di Chazelle e soprattutto dei suoi due personaggi e della loro conflittuale relazione.

Lo scontro perenne tra docente e studente è infatti il fulcro dell’intera narrazione ed è cinematograficamente la perfetta antitesi del modello di insegnamento di Robin Williams ne L’attimo fuggente. Tanto è vero che in molti ne hanno trovato viceversa la similitudine con quel rapporto militaresco e unidirezionale del sergente all’addestramento in Full Metal Jacket.

Ma in Whiplash questo autentico combattimento insieme fisico e psicologico viene non solo mostrato, ma abilmente seguito, analizzato e infine messo a nudo dalle parole stesse che il durissimo insegnante ripete come un mantra al protagonista: “Non esistono in nessuna lingua del mondo due parole più pericolose di ‘bel lavoro’!”.
Ciò non significa che sia necessariamente un’ottica condivisa o propagandata dal regista che, al contrario, mi è sembrato molto attento ad evitare una qualsiasi forma di empatia con i personaggi, rendendo da una parte lucidamente glaciale il racconto, ma garantendone dall’altra la sua neutralità.

Detto questo, e poiché sono un musicista dilettante per hobby, mi sarebbe piaciuto che, essendo un film ambientato nel mondo musicale, facesse emergere anche i lati creativi, fantasiosi e collaborativi che si possono sviluppare suonando con altre persone e non solo quelli individualistici, fobici e competitivi della pellicola.
Ma probabilmente sarebbe stata un’altra storia e sicuramente un altro film.

Questo invece è un film duro, quasi cinico, senza sconti per nessuno, con una regia pulita, una buona fotografia, pregevoli interpretazioni e buona musica.

Quindi in conclusione, e volutamente negando il ritornello del giustamente premiato attore J. K. Simmons nei panni del docente, direi che Whiplash è senz’altro un “good job”.

meditato da Mr PinkElephants
02-04-2015

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