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Homo homini lupus

involution

Cavalcando in direzione ostinata e contraria l’onda lunga della notte degli Oscar statunitense che si è svolta solo pochi giorni fa, non vorrei ingrassare le fila dell’orgoglio patriottico, che peraltro non mi si confà, parlando de “La grande bellezza” (che è gran buon cinema anche se personalmente non mi ha convinto fino in fondo), né accanirmi su “Gravity” (il dramma spaziale esageratamente incensato di premi).

Mi piace invece l’idea di spendere qualche parola per i perdenti della kermesse, per i quali, proprio perché non hanno vinto ma sono vinti, sento un’affinità innata.

Mi riferisco a Martin Scorsese e Leonardo Di Caprio, ma soprattutto a quella gemma oscura che è la loro opera: The Wolf of Wall Street.

Un film sopra le righe.

Iperbolico, grottesco, sfrenato, eccessivo, quasi surreale nel suo dipingere un’umanità fin troppo calata nella realtà in cui vive.
In una parola: stupefacente.

E il vocabolo non è peregrino, perché nel film la droga di ogni tipo scorre a fiumi ed è la degna comprimaria del vero protagonista: il denaro.

Un autentico antieroe che con il suo fascino ammaliante attira inesorabilmente tutti o quasi i personaggi del film, li abbruttisce fino al parossismo e infine li inghiotte, altrettanto implacabilmente, nel suo vorticoso maelstrom di auto distruzione.

Nel farlo però il registro del racconto non è mai tragico o altisonante. Al contrario rimane sospeso in una bolla di caricaturale comicità che fa da contrappunto alle sequenze più smodate e canagliesche della pellicola.

Di qui si sviluppano le vicende altalenanti di una giovane e spregiudicata “banda di sfigati” che, inseguendo e glorificando la ricchezza come un mantra, architettano truffe colossali nel mondo tribale e senza scrupoli della finanza. Infarcendosi, nel percorso forsennato, di plurime dipendenze ossessive nei confronti di un sesso truce e scatenato e di sostanze psicotrope più o meno vintage.

Una corsa mozzafiato alla guida di uno schiacciasassi imbufalito che spappola senza indugi ogni riferimento a una coscienza, a dei valori, a un’etica o una morale purché, ovviamente, non sia quella dei soldi.

E’ il sogno americano che si guarda allo specchio e si rende conto di essere la nemesi di sé stesso: è l’incubo americano.

E anche nel finale non c’è soluzione, non c’è ravvedimento, non c’è contrappasso, né espiazione. Rimane solo il sibillino controcampo di Di Caprio che guarda i suoi spettatori e sembra chiedere a loro e a noi: lo sapete che voi sarete i prossimi?

meditato da Mr PinkElephants
05-03-2014

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