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Il momento del mutamento

boyhood

Proseguendo con risoluta cocciutaggine in direzione ostinata e contraria, in questo periodo prenatalizio in cui si affastellano lungometraggi dal sapore festivo, oggi in bottega si vuole parlare di un film uscito un paio di mesi fa: Boyhood.

Il regista è quello stesso Richard Linklater che gli oltrentenni come il sottoscritto ricorderanno probabilmente per la bella trilogia dei “prima”: Before Sunrise, Before Sunset, Before Midnight.

Già allora l’autore ci aveva iniziato alla sua poetica del tempo, creando ciascun capitolo della saga a distanza di 9 anni l’uno dall’altro, facendo maturare sia noi spettatori, nella dimensione reale, sia i due personaggi in quella fittizia della narrazione.

E si capisce che la riflessione sul tempo deve essere quasi un’urgenza filosofica per questo regista, perché anche questo Boyhood è la storia di formazione di un ragazzo dall’età di 6 anni a quella di 18: una dozzina d’anni di piccoli e grandi cambiamenti, che avvengono parallelamente sullo schermo e dietro ad esso.

Si, perché le riprese hanno occupato lo stesso identico lasso temporale e, venendo realizzate una piccola porzione ogni anno, lasciano evolvere i personaggi anche attraverso i loro cambiamenti fisici.

Un progetto quindi decisamente ambizioso. E rischioso.
Ma non si ha timore qui di dire che il risultato è notevole.

Certo, l’intreccio sembra all’apparenza un po’ inconsistente, dato che la storia prosegue stando molto aderente alla realtà, privilegiandone la quotidianità a dispetto dell’eccezionalità.

Ma è una sensazione legittima solo se non si percepisce che il vero protagonista del film è il tempo stesso: il suo scorrere, il suo provocare cambiamenti, il suo inarrestabile divenire.

E non unicamente quello della vita dei personaggi, ma anche quello del conteso sociale nel quale essi si muovono e degli eventi storici ai quali assistono.

Non è un caso infatti che ancora il tempo sia il soggetto della frase (che non vi rivelerò) che chiude il lungometraggio e che, in uno scambio di battute, ribalta in maniera singolare il concetto oraziano di carpe diem.

Particolarmente attenta anche l’attenzione dedicata alla colonna sonora: una ricerca minuziosa di canzoni che seguono il flusso storico temporale della vicenda. Passando così dall’iniziale e arcinota “Yellow” dei Coldplay (anno 2000) per arrivare nel finale alla gradevole e quasi contemporanea Hero dei Family Of The Year.

Forse perché, come diceva il poeta inglese Wystan Hugh Auden, “la musica è il miglior mezzo per sopportare il tempo”.

meditato da Mr PinkElephants
11-12-2014

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