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Il procuranoie

procuranoie

Fuori fuoco.
Così potrebbe definirsi l’ultimo lavoro del regista Ridley Scott: The counselor.
Un progetto ambizioso in cui, oltre allo storico cineasta, spicca la presenza ingombrante di una sceneggiatura a firma del premio pulitzer statunitense Cormac McCarthy.

Epperò il film non convince e, piuttosto, puzza di occasione sprecata, con quel suo odore acre e pungente tipico dell’atto comunemente detto “pestare una merda”.

Il soggetto, di suo, non brilla di particolare originalità e rientra in quello che si potrebbe chiamare noir/thriller stupefacente di frontiera.
Dove per frontiera si intende quella tra Messico e Stati Uniti, per stupefacente il traffico di droga e per noir il corollario di violenza del contesto medesimo.

Il film parte subito in maniera ficcante con un cunnilingus a Penelope Cruz, di cui, naturalmente, si apprezza il bel gesto, ma sfugge completamente il senso ai fini dell’intreccio.

La storia infatti è la classica parabola distruttiva di un avvocato che, per avidità, si infila nel mondo spietato del narcotraffico di cui non conosce codici, né significati e nel quale inevitabilmente perderà sé stesso e le persone che gli stanno accanto.

E’ una pellicola flemmatica, in cui l’azione è distribuita a singhiozzo e con una certa incoerenza, lasciando spazio a dialoghi e aneddoti dei vari personaggi. Ma l’imperdonabile e inaspettata delusione arriva proprio dalla scrittura dei suddetti che appaiono alla perenne ricerca di una profondità socratica attraverso frasi pacchianamente ad effetto, tipo le seguenti:

  • La vita è stare in un letto con te, tutto il resto è soltanto attesa.
  • Dovresti stare attenta a ciò che desideri, potresti non ottenerlo.
  • La verità non ha temperatura.
  • Ad una donna puoi fare qualsiasi cosa, tranne che annoiarla.
  • Se ti manca qualcosa vuol dire che speri nel ritorno.

 

Insomma una specie di sindrome da bacio perugina spruzzato di noir di cui ci si chiede il motivo (a meno che McCarthy in carenza di ispirazione si sia fatto aiutare dai ghostwriters di Fabio Volo).

Una parentesi doverosa spetta poi alla recitazione di Cameron Diaz: in-cre-di-bi-le.
Nel senso che proprio non è affatto credibile in quel ruolo da mantide famelica che ricopre.
Probabilmente perché per lei non è sufficiente neppure quel che diceva ai suoi tempi il buon Sergio Leone di Eastwood: ha solo due espressioni, una col cappello e l’altra senza.

Non dimentichiamo peraltro che è protagonista di una scenetta che passerà alla storia della cinefilia: quella in cui letteralmente si fotte il parabrezza di una ferrari.
Un siparietto di cui, ancora una volta, stupisce non tanto la messa in scena (che pure risulta più ridicola che inquietante), quanto l’aneddotica di contorno con la nauseabonda similitudine col pesce gatto sul fondo dell’aquario.

Insomma un film dalle forse troppo elevate aspettative che, nonostante l’egregia e pulita regia di Scott, ha decisamente annoiato e deluso.

In conclusione l’imperdibile domanda perfida: ma perché Fassbender che viene ripetutamente ammonito dai suoi compari mezzo-malavitosi a pensarci bene prima di entrare nel girone infernale del narcotraffico, non soltanto se ne sbatte, ma non pensa nemmeno a prepararsi un eventuale piano di fuga nel caso qualcosa andasse storto?

meditato da Mr PinkElephants
03-02-2014

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