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Schifall?

Avendolo visto senza entusiasmi non avevo alcuna intenzione di soffermarmi a scriverne.
Ma dopo aver letto le sperticate lodi e gli infiniti osanna della critica ho come sentito uno strano pizzicore cerebrale che si è presto mutato in urgenza espressiva.

Ebbene si, parlo proprio del ”miglior James Bond di sempre”, o, se si preferisce, di quello 007 che “è soprattutto un film d’autore”, o perlomeno “un mezzo capolavoro”.

In effetti il film, che celebra i 50 anni di esistenza della saga spionistica più celebre della storia cinematografica, ha sulla carta tutte le premesse per poter essere davvero spettacolare. A cominciare del bravo regista dell’ottimo American Beauty, Sam Mendes.
Eppure la pellicola non colpisce, né rapisce. Anzi, direi che complessivamente annoia.

Eccone la cronaca (chi non ha visto il film può procedere alla conclusione).

Seduto su una comoda poltrona mi gusto l’incipit che, con quella sequenza d’azione di adrenalinico inseguimento, mi coinvolge incondizionatamente. Anche se, per un attimo, mi aspetto che il protagonista si giri verso la camera e abbia la faccia di Matt Damon che dice: ”il mio nome è Bourne, Jason Bourne”.

Cortocircuiti mentali.

Seguono i classici titoli di testa, non visivamente eccezionali, ma impreziositi dalla melodica voce di un’Adele che veste ottimamente i panni di una Shirley Bassey d’annata.

Dopodiché il nulla.

Almeno fino a quando, finalmente, entra in scena l’atteso cattivo: uno stravagante e sempre abile Bardem che, con l’unico monologo interessante e ben scritto del film, giganteggia per qualche minuto.
Si capisce però già da questo punto che l’intreccio scivola pericolosamente verso l’idea della rivincita personale (una vendetta “matricida”), mandando in vacca qualunque elemento costitutivo di una spy-story (complotti, doppi giochi, macchinosi piani di malvagità, etc..).

E infatti la pellicola prosegue nella umida Londra con qualche sprazzo di azione qua e là (nessuno veramente avvincente sul piano della storia), per poi arenarsi definitivamente nella campagna scozzese.
Qui assisto un po’ sgomento e a tratti divertito all’assedio dei cattivi al casolare natio nel quale si è andato a nascondere il nostro protagonista, assieme alla madre putativa (M) e un vecchio cacciatore. La sequenza scatena un’involontaria ilarità, risultando un ibrido un po’ anni ’80 tra A-Team e MacGyver, passando addirittura per “Mamma ho perso l’aereo”.
Nel finale il cattivo muore (colpito alle spalle..), muore anche M e il nostro agente segreto, dopo aver “ricollocato” al posto giusto alcuni personaggi storici della saga (il nuovo M e Miss Moneypenny), è pronto per altre avventure.

Ora, in conclusione, io capisco l’esigenza di svecchiare un mito un po’ stantio; comprendo anche l’idea di approfondire in tal senso lo spessore psicologico del protagonista (anche se mi chiedo se davvero ci interessi scoprire la complessità edipica di James Bond..); e posso pure dare un senso alla dicotomia modernità-obsolescenza, con tanto di complicità verso i fan, tramite i numerosi rimandi ai dettagli storici della saga.

Quello che davvero non riesco a concepire è la vacuità e l’esilità di un intreccio che una buona sceneggiatura avrebbe tranquillamente evitato.

meditato da Mr PinkElephants
12-11-2012

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